Due agenti appoggiarono rapidamente una scala tattica portatile contro il muro di pietra. Il caposquadra si arrampicò, si aggrappò alle sbarre di ferro e utilizzò un pesante attrezzo idraulico per rompere i sigilli metallici. In pochi secondi, le sbarre caddero rumorosamente a terra e gli agenti sfondarono l’apertura, calandosi silenziosamente nella stanza illuminata da luci viola.
L’aria all’interno era gelida e il ronzio dei macchinari era assordante. Gli agenti si mossero nello spazio con precisione sincronizzata, setacciando il piano superiore stanza per stanza. Trovarono lunghi tavoli, una sorta di serbatoi automatizzati e file di vassoi di plastica vuoti.
C’erano chiari segni di una pulizia frenetica e affrettata. Impronte bagnate macchiavano il pavimento di cemento e diverse scatole di rifornimenti rovesciate dimostravano che l’occupante fosse fuggito solo pochi minuti prima. Gli agenti perquisirono ogni centimetro delle pareti perimetrali, alla ricerca di un ingresso principale, ma la struttura rimaneva completamente sigillata. Non c’erano scale che portassero al piano inferiore, né porte che dessero sul mondo esterno. Il sospettato era scomparso da una stanza senza via d’uscita.