La soffitta era più piccola di quanto ricordasse, o forse ora era semplicemente più grande, più cauta, più consapevole delle travi basse e del modo in cui le vecchie assi del pavimento si muovevano dolcemente sotto i suoi piedi. Lungo una parete erano accatastate delle scatole, ognuna etichettata con la calligrafia di Harold. Lasciò che la luce della torcia passasse su di loro come si fa con gli occhi su una cicatrice: rapidamente, senza soffermarsi.
Fu nell’angolo più lontano, seminascosta dietro una scatola di cartone crollata, che la vide. Una corda. Vecchia, spessa, del colore della paglia secca. Era arrotolata ordinatamente, come l’avrebbe lasciata un marinaio, arrotolata su se stessa con cura. Edna si accigliò. Non si ricordava di una corda. Harold non era stato un marinaio, né un campeggiatore, né qualcosa di lontanamente all’aria aperta. Era stato un contabile a cui piacevano le parole crociate e il tè forte.
Attraversò lentamente la soffitta, si chinò con la grazia deliberata di una donna che da tempo aveva fatto pace con le sue ginocchia e la raccolse. Era più pesante di quanto si aspettasse. A un’estremità era legata, con un attento doppio nodo, una piccola busta marrone.