“Sono qui per denunciare il ritrovamento di un oggetto”, disse Lena al sergente, con voce ferma. Lui prese i suoi dati con un’efficienza annoiata, grattando il nome e l’indirizzo su un modulo. Le chiese se avesse guardato dentro e lei annuì, descrivendo il documento. Tutto era di routine, quasi noioso, fino a quando lui tirò il monitor del computer verso di sé e digitò il nome di Evelyn Marrow.
L’atmosfera nella stanza cambiò all’istante. La postura del sergente si irrigidì; i suoi occhi si aguzzarono quando passarono in rassegna il cappotto di Lena e i jeans logori. “Hai trovato questo alla panchina, hai detto? Ti ha visto qualcuno?” Lena sbatté le palpebre, confusa dall’improvviso interrogatorio. “Io… non lo so. C’era gente in giro. Perché?” Lui non rispose. Si limitò a prendere il telefono e a pronunciare due parole: “È qui”
La sala d’attesa divenne una gabbia. Un uomo seduto di fronte a lei, che scorreva il telefono, alzò improvvisamente lo sguardo, spalancando gli occhi con un misto di curiosità e pietà prima di distogliere lo sguardo. Il silenzio era assordante. Quando finalmente i due agenti le si avvicinarono, Lena stava ancora provando a spiegare come l’aveva trovata. Non si rendeva conto che ai loro occhi non era più una testimone, ma una pista.