A una trentina di iarde dal limite del bosco, vicino al bordo di un letto di torrente secco e crepato, Max si fermò di colpo. La forza dell’arresto quasi strappò il guinzaglio dalla presa di Dale. Il labbro superiore di Max si ritrasse sulle gengive, scoprendo i denti in un ringhio basso e gutturale che vibrò attraverso il laccio di cuoio fino al palmo di Dale.
La coda gli pendeva rigida tra le zampe. I suoi occhi non guardavano né un uccello né un cervo; erano leggermente rivolti all’indietro, iniettati di sangue, fissi nel vuoto proprio davanti a lui. «Max, ehi... guardami», ordinò Dale, con il cuore che gli martellava contro le costole. Allungò la mano per toccare il fianco del cane, ma il pelo gli sembrò ruvido e freddo come il ghiaccio.
Max emise un latrato acuto e isterico, girando due volte su se stesso in un cerchio stretto come se cercasse di mordersi la coda, prima di lanciarsi violentemente verso una zona di ombre fitte sotto una quercia riversa. «No! Torna indietro!» urlò Dale, tirando indietro il guinzaglio con entrambe le mani, terribilmente consapevole che il suo docile e addestrato compagno si stava comportando in modo del tutto fuori di testa.