Quel giorno, Mark entrò in un salotto pieno di persone a cui voleva bene e trovò una moglie che aveva chiaramente dato il massimo: lucine, una torta con il suo nome scritto in corsivo, il suo vecchio compagno di stanza del college che aveva già bevuto tre birre e se ne vantava a gran voce.
Si muoveva tra gli ospiti come faceva sempre, con un sorriso modesto, battute autoironiche sul fatto di aver compiuto un altro anno, assaporando i complimenti come un uomo che non avesse mai dovuto guadagnarseli. Baciò Laura sulla guancia. «Non c’era bisogno di fare tutto questo.» «Ci tenevo davvero», disse Laura.
Poi si voltò verso la porta della cucina e si fermò a metà frase, con il bicchiere a metà strada verso la bocca. Eileen era lì, in un vestito verde, a chiacchierare disinvoltamente con sua zia come se si conoscessero da anni. Il suo volto assunse un’espressione complessa: confusione, poi riconoscimento, poi una sorta di improvvisa intuizione. Laura gli apparve al fianco, gli infilò il braccio sotto il suo e sorrise come chi aspetta da molto tempo proprio quel momento. «Buon compleanno, Mark», disse. «Cominciamo con i giochi, che ne dici?»