Maya si rese conto con orrore che il suo sospetto era fondato: quell’uomo aveva usato le sue coordinate GPS per individuare il sito. All’improvviso, uno degli operai gridò, sollevando un manufatto di bronzo luccicante che era stato estratto dal fango profondo. Maya vide il volto di Hold contorto da un’avidità cruda e sfrenata.
Quelli non erano uomini impegnati in una ricerca; stavano saccheggiando incautamente un santuario storico dimenticato. Consapevole di non poter affrontare da sola venti uomini, Maya tirò fuori il cellulare. Rimanendo nascosta, iniziò a registrare un video nitido di ogni volto, di ogni colpo di pala e di ogni ordine illegale.
Con le dita tremanti, compose in silenzio il numero dei servizi di emergenza locali e descrisse sottovoce la situazione critica. Proprio mentre finiva di fornire le coordinate, deve aver calpestato dei ramoscelli che scricchiolarono sotto i suoi piedi. Hold smise improvvisamente di gridare e girò di scatto la testa proprio verso il suo nascondiglio tra gli alberi.