Nel suo laboratorio in cantina, avvolto dall’odore di olio per armi e legno di cedro, Arthur tirò fuori un blocco di carta a quadretti. La sua formazione militare era incentrata sulla guerra non convenzionale, ma la sua regola fondamentale era ferrea: nessun danno fisico. Non voleva ferire nessuno; voleva provocare uno shock psicologico assoluto, un deterrente così violento che nessuno avrebbe mai più osato mettere piede sulla sua veranda.
Rifiutò le trappole a molla, i lacci affilati e lo spray al peperoncino. Troppo imprevedibili. Troppo alto il rischio di lesioni fisiche. Il suo sguardo si posò sull’armadietto di acciaio chiuso a chiave dove teneva le munizioni. All’interno c’era una scatola di plastica verde contenente cartucce a salve calibro 12 per l’addestramento. Pesanti bossoli di plastica riempiti di polvere nera e tamponi di carta.
Niente piombo, niente schegge, niente proiettili. Solo un muro assordante e devastante di suono e fumo. Prese una matita e iniziò a progettare un meccanismo di sparo a molla, azionato da un filo metallico, da integrare in una scatola di cartone vuota.