I colpi non cessavano. Diventavano sempre più rapidi e violenti; un rumore metallico e stridente che alla fine fece vibrare i banconi in acciaio inossidabile. «Va bene, va bene! Arrivo!» Manny si asciugò le mani sul grembiule, si sporse e spense la radio, immergendo l’accogliente cucina in un improvviso silenzio. Fece scorrere indietro il pesante chiavistello, aspettandosi di vedere il volto arrossato e affamato di Joel che gli chiedeva se il riso fosse pronto.
Invece, la pesante porta fu sfondata con un calcio verso l’interno, rimbalzando con violenza contro il muro. Due uomini entrarono nella cambusa, incorniciando la soglia. Nessuno dei due era Joel. L’uomo in primo piano era alto e molto magro, con la barba brizzolata, freddi occhi scuri e una sciarpa bianca e nera sfilacciata drappeggiata sulle spalle. L’uomo più giovane, in piedi proprio dietro di lui, impugnava un lungo coltello da caccia ricurvo, la cui pesante lama d’acciaio rifletteva la luce cruda delle lampade fluorescenti della cambusa.
Manny rimase immobile, con il mestolo che gocciolava salsa scura sul ponte lucido. Nel corridoio silenzioso, altre due figure stavano di guardia, con lunghe lame infilate sotto il braccio mentre scrutavano su e giù per la tromba delle scale. «Dov’è il capitano?», chiese l’uomo alto in un inglese lento e misurato. «Dov’è la cassaforte?»