Marco indietreggiò, con i pensieri che gli turbinavano nella mente. La base del tronco era di legno massiccio, il che significava che qualunque cosa fosse intrappolata all’interno non aveva alcuna via d’entrata o d’uscita evidente. Afferrò la sua ascia da mano e batté il lato piatto contro la corteccia, spostandosi verso l’alto pollice dopo pollice. Tonfo. Tonfo. Un suono sordo. Il suono cambiò a cinque piedi di altezza: proprio lì il centro cavo era più ampio.
Usare la sua potente motosega era fuori discussione; un solo movimento errato della lunga lama avrebbe potuto tagliare in due qualsiasi cosa fosse intrappolata all’interno. Marco prese invece una piccola sega a mano e dei cunei di plastica dalla cintura degli attrezzi. Con estrema cura, ritagliò un piccolo contorno quadrato ben al di sopra del punto in cui pensava si trovasse la creatura.
Il sudore gli bruciava gli occhi nonostante la nebbia gelida. Inserì un cuneo nell’incavo, facendo leva sulla lastra esterna di legno millimetro dopo millimetro. Il legno cedette con uno schiocco secco. Mentre estraeva la lastra di corteccia esterna, una forte folata di aria fredda si riversò dall’apertura buia, trasportando l’odore caratteristico e intenso del pelo umido di un animale.