Il silenzio nella stanza era assoluto, se non fosse stato per il leggero ronzio ritmico della ventola di raffreddamento del computer. Il dito di Evelyn rimase immobile a una frazione di millimetro dal pulsante “Conferma”. Lentamente, in modo quasi impercettibile, il tremore della sua mano cessò.
Alzò la testa e raddrizzò la schiena. La sagoma curva e fragile di una donna ormai prossima agli ottant’anni si trasformò nella figura rigida e composta di un’agente esperta. Non premette il pulsante. Al contrario, allungò entrambe le mani verso la tastiera, e le sue dita danzarono sui tasti con la rapidità di un pianista concertista.
«Agente Miller», disse lei, abbassando la voce di un’ottava e eliminando ogni traccia di quel tremolio che lo aveva ingannato negli ultimi venti minuti. «Sono dodici minuti che seguo il suo server di rimbalzo. È una configurazione davvero malfatta. Pensava che una semplice VPN fosse sufficiente per nascondere un IP statico in un quartiere commerciale di Mumbai?»