I soccorritori si misero in marcia prima dell’alba. Si fermavano spesso per tendere l’orecchio. Il vento soffiava tra gli abeti e l’acqua scorreva impetuosa più in basso, ma non si sentiva alcun fischio. Il percorso di Oliver attraversava una stretta cengia sopra la gola. Diversi tratti si erano sgretolati, lasciando scoperto il terreno sotto le radici. Un passo falso avrebbe significato scivolare verso il fiume. Nessuno parlava ad alta voce ormai; ogni suono sembrava poter nascondere un altro segnale.
Due ore dopo, Tom sentì qualcosa. Tre brevi fischi giunsero dal lato opposto della gola. Rispose con un fischio a sua volta. Dopo una lunga pausa, la sequenza si ripeté. Il gruppo la seguì tra gli alberi e vide Mia. Era in piedi su una sporgenza rocciosa a sessanta iarde di distanza e agitava entrambe le braccia.
Un senso di sollievo si diffuse tra il gruppo, ma Mia indicò immediatamente a monte, invece che verso di sé. Gridò qualcosa che non riuscirono a capire, sovrastando il rumore del fiume. Tom usò il binocolo e vide che sembrava stanca, ma era ancora in piedi. Poi alzò una mano e mostrò due dita. Due persone. Un attimo dopo, si udì un altro fischio, più debole del suo, proveniente da più a monte nella gola. Oliver era da qualche parte oltre l’ansa. Mia si portò le mani a coppa intorno alla bocca e gridò di nuovo, e questa volta Tom riuscì a cogliere le parole. «È caduto», gridò. «Non riesce a risalire.»