Mark Collins guidò con calma la loro barca attraverso un’insenatura del Lago Mead mentre Jenna preparava il pranzo. Avevano scelto quella baia perché non c’erano altre barche nelle vicinanze. Pareti rocciose di colore chiaro si ergevano sopra l’acqua, segnate da una fascia bianca che indicava fino a dove si era spinto il lago in passato. A quel punto Jenna smise di aprire il frigo portatile e gli diede un colpetto sul braccio: «Mark, rallenta».
Ridusse la potenza. A venti iarde di distanza, vicino alla riva in pendenza, qualcosa di scuro giaceva sotto la superficie. All’inizio, Mark pensò che fosse un telo da barca strappato impigliato in un ramo. La corrente ne sollevò un lato, rivelando una forma lunga e solida al di sotto. Sembrava alta quasi quanto lui. «Probabilmente dell’attrezzatura?», chiese, senza troppa convinzione.
Jenna si sollevò gli occhiali da sole e fissò la scena. Il rivestimento sembrava meno plastica e più un tessuto pesante. L’oggetto giaceva dritto, tranne che per un’estremità che si era affondata più in profondità nel fango. Mark girò il timone, con l’intenzione di proseguire verso il mare aperto, ma Jenna gli afferrò il braccio. «E se…?» Nessuno dei due voleva pronunciare quella parola cruda. Mark spense il motore. Nel silenzio improvviso, la barca andò alla deriva verso quella sagoma. Qualcosa che vi era attaccato si strinse, poi si staccò dal limo…