Nora fece un respiro profondo, mettendo da parte il proprio terrore. Aveva una paziente da salvare. Per l’ora successiva, Nora lavorò alla fioca luce di una lampada a olio. Utilizzando le fiale di insulina rubate che si trovavano sul tavolo, calcolò con cura una dose prudente in base al peso stimato di Emma. Le somministrò l’iniezione, controllando costantemente il polso e la respirazione della bambina.
Kevin era seduto in un angolo, con le braccia strette attorno alle ginocchia, e osservava ogni movimento con gli occhi sgranati e tormentati. Il cane, Atlas, giaceva vicino alla brandina, con il mento appoggiato sulla coperta di Emma, come un silenzioso guardiano. Lentamente, in modo straziante, l’insulina cominciò a fare effetto. Il respiro affannoso ed accelerato di Emma cominciò a regolarizzarsi, assumendo un ritmo costante e tranquillo. Il rossore sulle sue guance si attenuò.
«Si sta stabilizzando», sussurrò Nora, guardando Kevin. «Il suo corpo sta reagendo bene all’insulina». Kevin emise un lungo, affannoso sospiro, nascondendo il viso tra le mani. Le lacrime gli colavano tra le dita: non erano lacrime di rabbia, ma di sollievo travolgente. «Non volevo perderla», singhiozzò piano. «Non potrei sopportarlo di nuovo.»